L’olio nella Storia antica tra archeologia e medicina

L’olio nella Storia antica tra archeologia e medicina

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) è uno dei musei più importanti del mondo, soprattutto per l’arte romana.

I suoi depositi custodiscono moltissimi tesori e in particolare migliaia di reperti ritrovati nel corso degli scavi vesuviani.

I ricercatori dell’Università di Napoli “Federico II” e il MANN hanno avviato una collaborazione per un’analisi sistematica di questi magazzini.

Nel corso di un sopralluogo multidisciplinare, il divulgatore scientifico, giornalista e presentatore televisivo Alberto Angela aveva segnalato la presenza di una bottiglia apparentemente colma.

Il reperto era stato ritrovato a Ercolano, probabilmente nel corso dei primi scavi iniziati nel 1738 dal principe d’Elboeuf e poi continuati da Carlo di Borbone.

La bottiglia, il cui aspetto richiamava quelle rappresentate negli affreschi pompeiani, presentava al suo interno un’enigmatica sostanza solida e dalla consistenza cerosa. Inizialmente si era ipotizzato si trattasse di vino. 

Le ricerche condotte dal team multidisciplinare coordinato dal prof. Raffaele Sacchi del Dipartimento di Agraria hanno svelato un risultato diverso e inatteso.

Le analisi molecolari e la datazione al carbonio-14 hanno dimostrato che il contenuto della bottiglia è olio d’oliva, sopravvissuto grazie all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

«Si tratta del più antico campione di olio di oliva a noi pervenuto in grosse quantità, la più antica bottiglia d’olio del mondo» ha commentato il prof.  Sacchi.

«L’identificazione della natura della ‘bottiglia d’olio archeologico’ ci regala una prova inconfutabile dell’importanza che l’olio di oliva aveva nell’alimentazione quotidiana delle popolazioni del bacino Mediterraneo ed in particolare degli antichi Romani nella Campania Felix».

Le origini dell’olio d’oliva

Si presume che l’ulivo si sia diffuso a partire dalle coste orientali del Mediterraneo, in particolare dalla Palestina.

Le prime prove di olive coltivate risalgono ad oltre 6.000 anni fa in Medio Oriente.

Inizialmente l’olio di oliva era usato come unguento per la pelle, olio per lampade o anche come medicinale. 

Le relazioni commerciali avrebbero da subito diffuso l’ovicultura anche in altri territori: l’odierna Turchia meridionale, Cipro, Egitto, Persia.

II codice di Hammurabi (1754 a.C.) dedicava un articolo anche alla produzione e il commercio dell’olio di oliva; mentre la raffigurazione del ramo d’ulivo è già presente nell’arte funeraria egizia. 

L’olivo si diffonde anche a Creta. La civiltà minoica e la successiva micenea diffonderanno la coltivazione degli alberi e il consumo di olio anche in Grecia.

I greci saranno i primi a sperimentare l’uso di frantoi e di tecniche di produzione ad hoc.

Le testimonianze degli usi dell’olio nell’Antica Grecia sono numerose. Una delle più note e mirabili è l’Apoxyómenos, una statua bronzea di Lisippo.

L’opera, il cui nome è traducibile in “colui che si deterge”, raffigura un giovane atleta nell’atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo. Si tratta di un momento successivo una gara di lotta, competizioni in cui i greci erano usi ungersi con oli.

I momenti decisivi dell’ovicultura – l’aratura, la potatura e la raccolta – si caricavano, come per altri passaggi dell’agricoltura, di significati rituali e propiziatori legati alla fecondità della terra e degli uomini.

L’ulivo e l’olio furono importati in Italia intorno all’VIII secolo aC, con l’inizio della colonizzazione dell’Italia meridionale e la nascita della cosiddetta Magna Grecia.

L’olio in epoca romana

Favorito dal clima mite, l’ulivo divenne una coltivazione in grado di trainare l’intera economia del meridione. 

In epoca romana la produzione dell’ulivo e dell’olio trovò enorme sviluppo.

Oltre che a tavola, i romani ricorrevano all’uso di oli e unguenti soprattutto in ambito sanitario e cosmetico.

Perciò il processo di coltivazione, estrazione e conservazione dell’olio fu notevolmente migliorato.

Nel periodo imperiale la diffusione del prodotto arrivò fino ai territori del nord Europa.

Nacquero le prime classificazioni, basate sul momento della spremitura. Le cinque categorie dell’olio romano erano: 

  • “oleum ex albis ulivis”, dalla spremitura di olive verdi;
  • “oleum viride”, da olive raccolte ad uno stadio più avanzato di maturazione; 
  • “oleum maturum”, da olive mature; 
  • “oleum caducum”, da olive cadute a terra;
  • “oleum cibarium”, ricavato da olive quasi passite.

La commercializzazione dell’olio fu razionalizzata e addirittura disciplinata: fu creata una proto-Borsa valori, dove venivano trattati i prezzi di compravendita, e nacquero i primi venditori specializzati.

L’olio nella Naturalis Historia di Plinio

Gaio Plinio Secondo, più noto come Plinio il Vecchio, è stato un celebre scrittore, filosofo naturalista, comandante militare e governatore romano.

Distintosi per l’insaziabile curiosità e la grande produttività, la sua vasta produzione è per lo più perduta. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia.

Quest’opera enciclopedia rappresenta un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. Plinio vi raccolse gran parte dello scibile della sua epoca.

Numerosi passaggi sono i passaggi dedicati all’olio presenti nella Naturalis historia

Secondo l’autore romano alla metà del I secolo dC, l’Italia possedeva tanto ottimo olio da superare tutti gli altri paesi.

Il segreto di questa produttività si cela, secondo Plinio, nelle tecnologie e nelle pratiche usate per l’ovicoltura. 

Gli approfondimenti sull’argomento sono numerosi e interessano i mali procurati dalla bacchiatura, la distinzione tra diversi tipi di macine o, ancora, sull’origine del torchio e di altri strumenti.

Soprattutto, la Naturalis historia testimonia la familiarità e la presenza dell’olio nella quotidianità dei romani: come i greci, anch’essi avevano l’abitudine di donare l’olio in particolari occasioni (feste e giochi).

Assaporare l’olio archeologico, oggi

Oggi è possibile gustare il sapore che aveva “l’olio d’oliva archeologico”, riscoperto e custodito al MANN.

Il nostro Nuovo Biologico 100% Italiano ripropone, infatti, lo stesso sapore che aveva quell’olio prima dell’eruzione del 79 dC.

Un sapore fruttato di media intensità, con delicate note vegetali persistenti all’olfatto e il cui retrogusto, amaro e piccante, è abilmente smorzato dalla dolce presenza di sapore di mandorla.

Un olio prodotto con olive pugliesi e siciliane, che crescono nei luoghi in cui si sviluppò la Magna Grecia prima e il granaio dell’Impero poi.

Porta a tavola quei sapori, riscopri la Storia della nostra terra e rivivila con Olio Basso.